Lorenzo Guagnano



POESIA: URANIA

L’oppidum rigalleggia su un Oceano
biancogrigio di nuvoli addensati.
Resta il fendente d’oro che si staglia
di Alexandro sulla cupola accesa
nel novilunio che dilata ogni rintocco
delle dieci.
Si cerca terra, un appiglio nell’oscuro.

Non funziona più
il gioco della luce e degli specchi
i piani della visione si sfaldano
e mescono
mura strada portico piazza
in uno.

Il tuo biondo capino
sul mio torace
sfatto in cartigli di gelo
alita al suo palpitare
nel chiaroscuro
degli affreschi che ci spiano
tu non paventi
e mi schiudi un sorriso
placidamente mellifluo
che per poco
nasconde l’abisso.

(L’idillio è questo: la stasi
del sole senza caldo
ignudo apollo di marmore
la voluttuosa fatuit
pagana
della quieta armonia
d’un metro somatico,
il tuo silenzio
mago.)

Io mi chiedo come ancora si compia il prodigio
del verbo, l’esistenza
da una realtà non più pensabile, a cui non credo.
Già fu il tempo di chi disse, di chi scrisse “Sei”,
non questo —
 Negli occhietti tuoi forse rivedo.

Se ora guardi nei miei, ti prometto che tutto il resto,
che ogni a b c… lo lascerò, summo gaudio,
a un poeta.
Il non detto ti rivela.
Di noi non è
che (di nuovo…) storia.

E anche tu defili, ammiccandomi di spalle,
tra i coreuti muti
giù nel fondale del ricordo e il cerchiolino
si stringe del monologo
che mi fa
grande. Il disguido
dell’inavvenibile, la frode
del domani
che è già presente
impalpabilità beffarda di un punto fermo
del nostro senso
nel niente. Forse così tutto si compie
nell’usura dei giorni, degli anni
nel guaito
vinto di un cane alle scosse della vita
forse ognuno si ritaglia un po’ dell’essere
come può e piace.
Quando sognavo in te altre primavere

irrigava d’arabeschi subacquei il pargoletto Giorno
la nuda pelle
e di capolini di primule
sempre verdi
com’entro una bolla d’aria, uno sfarfallare
di barbagli iridati
intangibili
al suffolante favonio
s’insidiavano i sessi fra morfemi d’albercee cedui
nella flemma del suo soffio

io ti avrei morso le labella
come spicchi di una mela deliziosa
per lasciarti impresso un saviolum dulci dulcius ambrosia
quasi sospeso

(è la fosforescenza
dei ciuffi rari dei parchi
dimenticati, l’accidia
di un tepore
indifferente nelle due
il merlotto che grida amore
l’ultimo bocciuolo
che vince)

Sto
cercando
una forma
che sfori
la pagina
e s’apra
come una bocca
soffocata
dall’esistere

una espressione
che mi faccia
toccare qualcosa, credere in un
nome
che si adegui al concetto
torbido
di concetti depositati di miriadi
di brulicanti
bipedi
smart
(sabba assordante
del Dasein).

Forse basta sospendere il pensiero, basta il
per uscire
dal copione. Beato, chi un’intuizione congiunga
a un’ipostasi metempirica
inamovibile
oltre il fenomeno che non sia lui stesso;
io voglio solo e chiedo
un che di vero, per non dire più che “è reale”.

Che cos’è quest’
io
se non una voce
che canta a se stessa
tra le cose
ignare
che muoiono
nel buio
e sfida il silenzio certo
dell’eterno
vuote
incommensurabilità di spazi
in un istante
punto
di
luce
all’agnizione del male

(nell’oblio ho visto l’epoche sparire tragicamente
lo spasmo
del piacere per la galassia
sotto questo palmo
piegarsi vinto
Cesare)

Oggi non ti ho dato neppure l’ultimo saluto.
È tutto?

Mi rimane un pugno di parole da donare al mercato
E io che aspetto una tua visitazione . . . . . . . . . . . . .

Tu sapessi come sa di universo il fiabema azzurro
di questa notte
il respiro umidoso delle travature e
del libro tarlato
che lo chiude

nel cinto murario di un’acropoli buia

((…Menelao in deliquio negli Elementa della vecchia di ripetizioni…))

il polo atlantico e la luna
al tramontare dell’ultimo
quarto… no…

tra noi e il polo è Atlante… il pollo? NO. MANCO QUESTA.

CONCLUDA IL LETTORE, SE C’E’. IO SONO STANCO.
NON HO PIU’ VOGLIA. NON C’E’ SENSO.
DIO
IO NON SO CHE MORIRE. AMEN.
– 24/02/2017

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