Uberto Tommasi



POESIA: Mater Ivy

Nello suo scrigno di mare
protegge da sguardi indiscreti
sogni e ricordi di antica famiglia
cerchio medici di sultani,
mercanti, salmodianti, musicisti,

Di ceppo esiliato da Costantinopoli
per filo ellenismo e da Libia,
porta con se senso di insicurezza,
di alterità, di indefinibile colpa
che intride le sue opere.

A Santa Sofia di Bisanzio,
rievoca le notti quando
infreddoliti, spauriti tremanti
antenati scoprirono orridit
di ombre contornate e taglienti,

lasciando per sempre
cupole d’oro, sfavillii verdi e blu
di luce morente, scintille di
lampade di vetro, odori avvizziti
di incensi, immobili quieti

Evitati malefizi di moschee,
notturni granai di fantasmi
raggiunto in libico “castrum doloris”,
nuovi sapori di luci liquefatte
di malinconici oggetti.

Spiagge bianche, proclami
riflessioni di pellegrino
di essere senza dubbio felici
per nuovo inatteso regalo
propensi a vedere gran magistero.

in enigma nascosto destino
intriso raffiche di malinconia
città intorpidita da sonnolenza
di indole araba, nello steccato
della sua stinta scena

Ekklisìa ortodossa coristi
cantano Corpus misticum
ferale umore di parvenze di pietre
linfa da miti, da leggende
di sghembe straduzze citt
– 02/02/2017

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