Francesco Conti



POESIA: CANTO FILIALE

Si, tu fosti la prima
a udir l’innocente
e mio inerme pianto,
quando ancor avvolto
in ricamati panni
gemevo fra le stille
di un’avvenuta vita.
E quanto mi cullasti
nel patire al petto,
il tenace travaglio
che a noi fu risparmiato.
Lotterei la spietata
ed oscura natura
che volle così farvi,
ma non posso che amarti!
Quest’unico miraggio
al figlio è permesso.
Dolce docile bimba,
potessi io mutar vecchio,
da cullare il tuo esile
minuto corpicino
e udirti singhiozzare:
tutto, per non vederti
esalare un nome
nella branda mortale.
Si, un giorno anch’io
udirò quel vagire,
pallido e silente
nella culla dei morti,
e sarà il mio pianto
ancora una volta
a destarti dall’Ade
e cullarmi in seno.
E pio sarà Caronte
a traghettarti indi
ai lieti litorali
dell’amore filiale,
onde io poi esanime
ancora non per molto,
sorriderò l’attesa
d’un tuo estremo bacio,
dappoi voltar gli sguardi
e imbarcarci in porto
alle inverse acque.
L’ultima arida stilla
pioverà la clessidra
ed il tempo elargito,
così, tuonerà a vele
l’ammiraglio mortale:
« Nell’ansa infinita
del memore umano,
giacque il differire,
tra quel che s’è in vita
e mutasi a perire ».
S’apprestano all’addio
tra i volti velati
Caronte e la madre.
Il sole sarà sorto
a un bacio del mattino
che innesta già i semi
dei bianchi crisantemi
pel materno declino.
Scalfirà, ohimè, un nome
lo scalpello mortale,
e sarà la tua lapide
a posarsi sul cuore. – 27/03/2017

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