de felice genny



POESIA: Un giorno ho letto da qualche parte che, per qualcuno,
vivere tutti i giorni con una persona violenta
è un po vivere con le scarpe ai piedi, sempre.
Tenevo nella mano destra un aeroplanino di carta,
la notte mentre aspettavo terrorizzata che rientrasse.
Lo stringevo fra il pollice e l’indice ed erano le mie ali,
le mie ali per volare via di casa,
dove ogni giorno iniziava e finiva una battaglia
e la vita in famiglia era guerra.
Ma non una guerra di eroi, quella infinita,
forse eterna fra lui e me,
dove l’uomo è invincibile
e la causa del conflitto
è la sua vita non vissuta,
costellata di sogni inappagati.
Ogni mattina mi alzavo dal letto,
ma non avevo più voglia di lottare.
Mi svegliavo con le mani in alto,
con l’intenzione di arrendermi,
anche se la resa non era un’opzione.
No, la resa non era un’opzione.
E poi c’erano le notti,
le notti che sembravano non finire mai,
le notti con le mani in alto,
le notti in cui non avevo voglia di sognare,
le notti in cui avrei voluto saper volare, via.
Un giorno ho accartocciato l’aeroplanino.
Ho preso un altro foglio bianco,
ma ho pensato che non mi servisse avere le ali
perché ero stanca
e fuggire non avrebbe cambiato le cose
e poi non sopportavo
di vedere mio figlio piangere
e ogni volta era come se la mia anima
si disintegrasse.
Sono andata via, lasciandolo la,
abbandonando, pensavo sciocca, quel girone della paura.
Niente ha peso per me.
Sono stata vittima tante volte, troppe.
Tutto si cancella dicono, scrivono.
Io intanto scrivo i miei sogni e sopravvivo.

Leggi attentamente queste mie parole, Maestro del Sogno.
Vorrei… vorrei alzarmi, levitare con le ossa d’aria,
le mani sollevate (ma non in segno di resa)
e sorprendere il mondo con qualche gioco di luci colorate.
Vorrei… vorrei mettermi in bilico fra un sorriso e il destino,
sospeso in un tempo in cui il peggio è passato e respirare
un milione di volte mentre una stella cadente si accende nel cielo. – 29/01/2018

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